venerdì 8 febbraio 2013

GLI SPAZI ESTERNI



Se si esce dalla porta laterale che si apre sulla piazzetta della Curia vescovile e ci si pone nel centro, si ha una visione completa dei livelli costruttivi dell’edificio.Il portale secondario, eretto nel 1731 per desiderio del vescovo Gabriele De Marchis, si eleva su linee di sobria ed elegante architettura classica. Il timpano curvo e spezzato reca al centro uno stemma cardinalizio raffigurante un giglio sormontato da una torre su cui poggia una colomba. Sopra la cornice, un cartiglio ricorda l’anno di costruzione e il nome del vescovo.

A destra, a circa 2 m. dallo stipite, un taglio verticale annota che la chiesa paleocristiana terminava qui, mentre un arco murato ricorda che il Seminario era fino al secolo scorso in diretta comunicazione con l’interno della chiesa.La parete è interrotta da quattro monofore, quelle a sinistra del portale sono più antiche, mentre quelle a destra risalgono alla fase successiva, allorché l’edificio fu allungato. In basso, si può ammirare un originale e raro esempio di podio modanato in opera quadrata, a doppio cuscino con profonda gola intermedia, di notevole altezza (m.1,15) confrontabile con la sagoma del podio del tempio di Aesernia, di Villa S.Silvestro presso Cascia e con quella degli altari 11 e 12 di Lavinium. Al margine destro, sotto il campanile, fu rinvenuto l’altare modanato con iscrizione dedicatoria MARTEI (cioè “a Marte”), costituito da due blocchi congiunti a mezzo di una singolare grappa a coda di rondine esattamente al di sotto dell’epigrafe. Secondo A.Zevi Gallina è più tardo rispetto al tempio; sono possibili confronti con i 13 altari di Lavinium databili fra il VI e il IV secolo a.C.Tra il campanile e il Seminario, nella medesima occasione fu rinvenuto un thesaurus, cioè un donario per le offerte, del II sec. a.C., formato da due blocchi verticali di tufo internamente cavi e terminanti con omfalos, rivestito da un cappuccio di bronzo saldato da quattro grappe di piombo, fornito di orfizio per introdurre le monete. Il cappuccio bronzeo reca un’iscrizione dedicatoria a Minerva e la menzione di due quattuorviri della città.L’iscrizione è la seguente: Sex(tus) Cureilius C(ai) f(ilius) / M(arcus) Caesius L(ucii) f(ilius) / Minervae LXX s(estertiis) / d(e) S(enatus) S(ententia) f(aciundum) c(uraverunt). Epigrafe edonario sono databili in un periodo compreso tra la costruzione del municipium e l’estensione della cittadinanza romana, dopo l’emanazione della lex Jiulia (88 a.C.), e la deduzione coloniale negli ultimi anni della repubblica. Questo tipo di donario è piuttosto raro e diffuso solo in ambiente italico; esemplari simili sono stati rinvenuti presso Arpino e Benevento.Nel donario furono rinvenute 46 monete, di cui la più antica è del 118 a.C. e le più recenti risalgono al 40 d.C, sotto l’impero di Caligola. Sia le monete che il cappuccio sono oggi in possesso della Soprintendenza alla antichità del Lazio.






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